Cruelty Free Fashion: la Moda da “sostenere” e “promuovere”

C’era una volta il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole o noncurante di ciò che esso poteva supportare con le sue scelte d’acquisto. Sua madre andava in giro con la pelliccia di visone dagli anni ’60, soprattutto nelle occasioni speciali, come la Messa del Santo Natale, mentre sua sorella aveva acquistato il parka, molto trendy e all’ultima moda, senza vagamente immaginare che quel bel profilo di pelo svolazzante del suo cappuccio, tutto puci puci coccoloso, fosse lo stesso strappato a vivo dal manto di un povero cagnolino. Quadrupede spellato vivo prima e gettato, in piena fase di dissanguamento, tra latrati e tragedia, come rifiuto ancora in grado di “ansimare”, sulla montagna di altri innumerevoli cagnolini.

Cagnolini ex frou frou e coccolosi come lui, destinati alla produzione di un dettaglio fashion per cappucci di parka e quant’altro.

L’orrore e l’incubo permeavano con un’ energia fatta di morte, sangue e violenza crudele, capi di abbigliamento distribuiti in grandi numeri a livello globale, in tutto il mondo “sviluppato”. Sempre che l’aggettivo “sviluppato” abbia potuto perdere nel frattempo il suo significato intrinseco.

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Gruppi di animalisti, di ecologisti, di naturalisti, di attivisti, decisero di urlare la loro disapprovazione, di esternare la loro volontà di non aderire ad un uso consumistico, screanzato e crudele di pseudo-risorse viventi che non sembravano riscuotere alcun rispetto, nè pietà, di fronte agli interessi e ai profitti di colossi produttivi.

Da decenni e decenni, si appostavano davanti ai grandi magazzini con stand di fortuna a raccogliere firme, a sensibilizzare, a predicare. Si appostavano sotto il balcone di casa sua con il megafono, organizzavano cortei per le strade. Apparivano in seno ad eventi a favore di uno sviluppo sostenibile, promotori di una nuova consapevolezza universale, che fosse amica del pianeta e delle creature che insieme a noi convivono. Eppure i riscontri erano quelli di chi passa da scocciatore, polemico e fissato.

Essi, come tanti di noi, continuavano a non cogliere pienamente il significato di tante manifestazioni di sdegno davanti allo sfruttamento crudele a scopi di lucro di altri esseri viventi.

Nascevano intanto linee di abbigliamento earth-friendly e cruelty free. Le indossavano solo gli “alternativi”, o perlomeno così venivano etichettati. Quelli fissati con cose “che non ci riguardano”, quelli che “! allora se ti mangi una bistecca non l’hai mica uccisa tu la mucca, ormai…”, quelli che “non si sono accorti che sin dai tempi antichi gli uomini si vestono con pelli di animali morti”…

Quelli che “Si preoccupino degli umani prima che delle bestie!”… beh, una cosa non ne esclude necessariamente un’altra!
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Un giorno, il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole della crudeltà e dei danni che esso si apprestava a supportare, perpetuando le sue scelte inconsapevoli d’acquisto, si svegliò e fece fare la passeggiata al suo cagnolino. Sua sorella gli corse incontro col fiato in gola al parco, prima di recarsi al lavoro. Era allarmata! Aveva visto un video virale sulle crudeltà praticate ai cagnolini spellati vivi e gettati sanguinanti nel mucchio di latrati.. Aveva bruciato subito il suo parka blasfemo e crudele. Voleva sensibilizzare tutti gli amici, i conoscenti e i parenti. Non sarebbe mai stato troppo tardi per iniziare a combattere questo scempio. Urgente!
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Decisero allora che il lusso equal pelliccie di volpe, visone ed ermellini, pelle di serpente, di vitello, di coniglio, di mucca, di coccodrillo, di cane!, doveva diventare preistoria trash.

Fu così che si appostarono in galleria, in pieno centro a Milano. Chiamarono il fidanzato della sorella, personaggio tecnico e smanettone, e installarono un impianto video molto piccolo, visibile all’interno di una cabina oscura chiamata Yabaa Dabaa Doo.

Solo i consumatori inconsapevoli, sprovveduti, disinformati e noncuranti potevano accedere con un pass VIP in cabina Yabaa Dabaa Doo.

Ci si poteva accedere solo uno per volta per visionare qualcosa di simpatico che avrebbe cambiato per sempre il corso della propria vita da consumatore, stimolando una nuova consapevolezza.

Ecco cosa si vedeva nella cabina:

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Il congedo consisteva in un rito iniziaticodedicato a tutti coloro che indossassero abiti e accessori cruelty. Consisteva nello spogliarsi del capo cruelty in questione per abbandonarlo poi con un gesto irriverente di lancio nel grande contenitore delle nefandezze. Tutto per ricevere poi in regalo, in segno d’indulgenza, una mazza di legno da uomo delle caverne, firmata Flinstones.

Fu un grande successo!

 

 

 

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